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Il vivente notturno. La poesia nasce al buio e per tutta la vita rifiuta la luce – di Flavio Ermini

di Flavio Ermini

Si minore - ErcolaniPartiamo da questo dato: la realtà. E facciamo questa considerazione: che la parola poetica normalmente desidera distanziarla da sé per evitare la palude della mimesi.
Diciamolo: in poesia avviene quasi sempre così. D’altro canto, la realtà – per quanto distanziata – continua ad affacciarsi sulle nostre impalpabili architetture testuali; specialmente quando chi scrive chiama in causa, coscientemente o meno, la propria vita.
“In poesia”, dicevamo. Ma quale poesia? Marco Ercolani la definisce così: «… una poesia senza esordio…».

E allora, già da subito, vale la pena di domandarsi: tra le pieghe della parola poetica cosa resta della cosa nominata? Rimangono semplicemente il ritmo e il respiro o impongono la loro presenza anche altri elementi?
In termini diversi: nell’opera, l’aggancio a quel referente egemone viene meno, sì, ma quel referente sotto quale altra apparenza continua a vivere in essa?

Intanto, cominciamo col dire come questo legame venga mantenuto, ovvero, attraverso quali meccanismi ciò accada.
Nella nominazione succede questo: tra forma testuale e cosa percepita s’instaura un rapporto di reciproca connessura.

Dalla miscidazione tra parola poetica e realtà escono creature linguistiche leggerissime e quasi sempre sospese nello spazio, tra peso e levità.
Il loro movimento porta nella scrittura del poeta rapide accensioni, lievi annodamenti, spume da liberare nel nostro sguardo.
La loro è una specie di danza oscura, in collocazione distaccata rispetto agli elementi circostanti.
«Guardano il nuovo cielo / i fuggiti dal mondo» registra Ercolani. «… dopo la fuga, / ammutoliti».

La scena poetica ci fa assistere spesso a queste ripetute miscidazioni e ci fa pensare che, pur essendo la scelta del poeta virata verso un’astrazione strutturale, non può prescindere, nel suo scandaglio conoscitivo, dalla contiguità tra soggetto e oggetto, fra persona e ambiente, fra idea e visione.
Ecco perché la realtà esperita, pur conoscendo molte depurazioni, continua in qualche modo a conservare una sua precisa riconoscibilità nell’opera.

Una complessa grammatica verbale fa scorrere intorno alle creature linguistiche una delimitazione ideale, una delimitazione che vorrebbe impedire agli apparati esterni di interferire.
Attenuata la sudditanza verso le cose, e stabilito con esse un nuovo rapporto, quello che a noi giunge dalla scena della scrittura assume – con la forma di una danza – il rilievo di un testo che non smette di scriversi, parola su parola.

Diciamolo con assoluta chiarezza: la poesia non vuole contaminarsi con la materia della realtà e, in questo suo sottrarsi, cerca quasi di occultare la propria contemporaneità. Finge di esprimersi nel passato e nel futuro. Si finge inattuale.
Per esempio, commenta Ercolani, «a nessuna immagine si ispirano le torri / dove essere nati, il vento contrario / al respiro».
Traiamo da queste riflessioni le dovute conseguenze: alla parola poetica è caro ciò che non era atteso. Quando la parola incontra ciò che è fuori da ogni attesa – e dunque ciò che fa parte dell’immaginazione e dell’inimmaginabile – è una festa. Perché? Perché non sopravvive immutata a tale prova. In questo accogliere viene trasformata. Cosa che non accade nell’incontro con la realtà preesistente. È l’impensabile il vivo accadere della poesia.
A seconda dei casi, la parola poetica tende a sparire (nel farsi carico della realtà) o ad apparire (nel matrimonio tra il cielo e la terra).
Sottolinea Ercolani: «È come una fuga, / una luce trascinata, / un lavoro di versi scuri, / deriva di bellezza / dolore dell’origine, scia».

Ma, attenzione: questa fuga dalla realtà non è un sottrarsi al mondo delle cose per affidarsi ad ali angeliche; bensì un volgersi a quanto è impossibile, quando l’impossibile nelle cose lo si ricava dal possibile come interno rovesciamento.
Ma è «breve» soggiunge Ercolani, «l’abisso fra gli occhi. / Chi respira accerchia le cose».

Innegabilmente, questa propensione della parola poetica a sacrificare la vita a un’ossessione astratta assume quasi un sentore di inumano. E in qualche modo è anche eticamente sospetta.
Diciamolo: la fenomenologia del pensiero puro è quasi demoniaca nella sua estraneità alle cose. Questa strada incita a quel “viaggiare per strani mari del pensiero solitario”, come scrive Wordsworth. Ma ci sembrano “strani” quei mari solo perché ci siamo dimenticati come si fa a pensare e a parlare; come si coglie l’autorivelazione aurorale dell’essere nella parola.
Ci siamo dimenticati come si configura «lo spazio della parola». È preciso Ercolani a questo proposito: «Lo spazio della parola: / scuotere il corpo dalle corde / l’origine vista come fuoco / incredibile e vero».

La purezza della parola non viene al sentire e al dire dall’esterno, da un’operazione contabile, ma dall’interno (parola per parola): nell’impatto stesso con l’essere, la cui testimonianza non può riscontrarsi altro che nell’opera poetica.
Perché ciò accada, scrive Schiller, “non basta che cominci qualcosa che ancora non c’era; deve prima cessare qualcosa che c’era”. Deve dunque cessare la realtà. Dalla realtà per quanto si articoli in molti punti di vista – non nascerà mai nulla di necessario e autentico.
La poesia nasce al buio e per tutta la vita rifiuta la luce.

Lo strappo dalla realtà – la radicale scelta dell’ombra – fa sì che non si sa più chi vede e chi viene visto, chi scrive e chi viene scritto.

Realtà e parola poetica. Ciò che conta è il luogo comune entro il quale s’incontrano. Sia esso il sottosuolo della storia o il fitto del bosco. Ciò che conta è la loro ultima possibilità: rendere visibile l’essere quando i padri ritornano al galoppo, mentre i figli ricominciano a morire.

L’immaginazione, quando si fa radicale e ribalta la lingua, è sconvolgente e devastatrice e lascia il vuoto dietro di sé. È un vivente notturno che nemmeno sopporta di essere guardato.
Cosa resta? Ipotizza Ercolani: «Dopo tanti ultimi giorni / resta una terra probabile / un lutto cancellato».

Il nero mantello della lingua occulta il corpo radioso della vita e insieme copre le paure che lo aggrediscono.
Il testo registra di tale occultamento le più lontane movenze: dai segni leggeri dell’ironia agli oscuri percorsi del dramma, dell’ineluttabile.
Ne sono il segno le ferite più o meno profonde nel corpo della lingua inferte dalla realtà. Tali ferite sottendono un’attenta riflessione sull’avventura umana.

In realtà, siamo sempre erranti: in errore e in cammino. In fuga dalla realtà.
Conclude Ercolani: «Intanto / lunghe macerie si specchiano nell’acqua / intanto noi / non siamo più ritornati».

(I testi citati sono di Marco Ercolani. Tratti da “Non siamo più ritornati”, costituiscono la sezione centrale dell’ultima opera poetica dell’autore: Si minore, Edizioni Smasher, Barcellona P.G. 2012.)

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